Testo

La mia Musa è lontana: si direbbe
(è il pensiero dei piú) che mai sia esistita.
Se pure una ne fu, indossa i panni dello spaventacchio
alzato a malapena su una scacchiera di viti.

Sventola come può; ha resistito a monsoni
restando ritta, solo un po’ ingobbita.
Se il vento cala sa agitarsi ancora
quasi a dirmi cammina non temere,
finché potrò vederti ti darò vita.

La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio
di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo
chi di lei si vestiva. Un giorno fu riempita
di me e ne andò fiera. Ora ha ancora una manica
e con quella dirige un suo quartetto
di cannucce. È la sola musica che sopporto.

Eugenio Montale, Diario del ’71 e del ’72

Comprensione

In La mia Musa Montale descrive la situazione precaria e particolare della sua ispirazione poetica, che secondo alcuni – riporta – non è mai nemmeno esistita. Essa, però, riesce ancora ad ispirare il poeta nonostante sia stata scossa da molti avvenimenti: il poeta, infatti, riconosce come autentica solo quella, che produce dai testi della grande produzione ottocentesca.

Il testo è una chiara allegoria della poetica dell’ultimo Montale, sempre piú distante dalla poesia «d’alto bordo» perché la ritiene impraticabile nell’età moderna: Montale, infatti, paragona la sua poesia a uno spaventapasseri, qualcosa di povero ma superstite ai molti eventi negativi legati all’esperienza personale del poeta e agli avvenimenti epocali del Novecento. La sua poetica, dunque, non può seguire affatto i dettami della tradizione, ma è portata ad esprimersi «come può», se la situazione («il vento») glielo consente. Nella terza strofe, invece, il poeta rimarca la provenienza della sua poetica, ossia dalle parti “dimenticate” e meno celebrate della grande poesia precedente.

Benché questa descrizione sembri svilire la poesia stessa, Montale precisa che la sua poesia è ciò che gli dà vita e sicurezza, e che nessun’altra poesia gli sarebbe sopportabile: la società dei consumi, infatti, impedisce di fatto qualsiasi altra poetica “vera”, in quanto tutto è ridotto alla pubblicità e alla lode degli oggetti di consumo.

Analisi

Il testo è suddiviso in tre strofi diverse per numero di versi e per tipo di versi usato: i versi, infatti, sono di varia lunghezza, ma possono essere ricondotti ad unioni di endecasillabi e settenari; questa scelta, amplificata da un ricorso sistematico all’enjambement, acuisce l’effetto prosastico già ricercato attraverso un lessico quotidiano e quasi scontato, quasi a voler “nascondere” la natura poetica del componimento.

Nonostante l’intento del poeta di “celare” l’elemento poetico a livello generale, alcuni elementi – come il termine arcaico «spaventacchio» e la costruzione del «mai» senza un comune non – suggeriscono una ripresa, benché limitata e disillusa, della poesia precedente: ciò giustifica anche la «manica» rimasta alla «Musa» mentre dirige un «quartetto / di cannucce». Questo discreto “riaffiorare” della poesia è indicato anche dall’ unica rima del componimento, che dispone in una sorta di climax i tre stadi di concezione che ne ha Montale: da «mai […] esistita» diviene «ingobbita» da grandi avvenimenti e, alla fine, è «riempita» del poeta.

Tutto il testo, comunque, è dominato dall’ironia e dall’autoironia tipiche del Montale postmoderno: egli mette in discussione la sua stessa ispirazione e la demistifica; benché, poi, sia eretta ad unica poetica possibile, essa è rappresentata in maniera vagamente ridicola.

Approfondimento

Sin da Ossi di seppia, Montale ha «attraversato» il Simbolismo – soprattutto quello dannunziano – in maniera critica, talvolta anche polemica: ne I limoni, infatti, contrappone a una poesia inutilmente altisonante e che si distacca eccessivamente da un sentire autentico il potere evocativo di ambienti e situazioni semplici, ma in cui risiede una verità superiore difficile da cogliere. Si può dire, infatti, che Montale abbia richiamato l’uomo alla verità dl semplice per gran parte della sua produzione.

Ciò che distingue maggiormente la produzione “moderna” di Montale da quella postmoderna è, però, l’idolo polemico cui contrappone il suo invito ad una consapevole semplicità: se nelle prime sue opere, infatti, si oppone alle tendenze estetizzanti e – a suo dire – fallaci del dannunzianesimo attraverso un rinnovamento delle forme e l’inclusione di soggetti “bassi” grazie alla «poetica degli oggetti» e, poi, al «correlativo oggettivo», nella sua produzione postmoderna, poiché gli oggetti sono il simbolo massimo della società dei consumi, egli esalta e descrive ironicamente e pessimisticamente «il trionfo della spazzatura», come nell’omonima poesia e ne L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili, incupendo i toni e nascondendo la poesia con un andamento fortemente prosastico e piano. Gli oggetti, infatti, passano dall’essere simboli di una verità piú alta ad essere gli elementi lodati da una società moralmente impoverita.